29/09/2006

A questo Napoli sono bastate tre partite perché le illusioni dei tifosi si afflosciassero come un palloncino caduto sui cactus. Ma chi si era esaltato per le vittorie di inizio stagione non se ne vergogni: il calcio va goduto anche attimo dopo attimo, altrimenti non si dovrebbe neanche esultare per un gol prima che l'arbitro sancisca la fine dell'incontro. Così come sarebbe inutile, se non dannoso, sparare sul pianista adesso, quando la lettura dello spartito è appena agli inizi. Marino, dopo il pari con la Triestina, si è saggiamente offerto di accogliere le critiche costruttive, ed è senz'altro questa la strada da seguire nel lungo processo di crescita del sodalizio partenopeo. Le insulse polemiche da gregge, dettate da intuizioni a dir poco superficiali, vanno intese per quello che sono: moti dannosi, ma purtroppo ineluttabili, di qualsiasi piazza. Un esempio concreto? La puerile dicotomia, individuata da qualche mente eccelsa, che vede Calaiò interprete del bene e Reja incarnazione del male. Basterebbe aver vissuto le vicende azzurre degli ultimi due anni con un barlume di ragione, anziché esclusivamente con le viscere, per sapere che Calaiò è stato avviato sulla strada della completezza umana e professionale proprio da Reja, come lo stesso bomber ha onestamente riconosciuto. Ciò non esclude le evidenti responsabilità dell'allenatore nell'attuale caos tecnico-tattico della squadra, ma suggerisce quantomeno rispetto e fiducia verso un professionista che in B dispone - tra l'altro - di un invidiabile pedigree. Le ultime tre partite hanno fornito informazioni essenziali sulla crisi del Napoli, suggerendo però anche le opportune contromosse. Primo: De Zerbi non ha un sostituto naturale nel ruolo di rifinitore; se non gioca lui, il 4-3-1-2 va riposto con cura nel cassetto, perché sarebbe matematicamente arido di rifornimenti per le punte. Questo significa che senza De Zerbi è imprescindibile il ricorso al modulo con gli esterni alti, perché qualcuno che guadagni il fondo (o almeno tenti) non può non esserci. Secondo: occorre chiarire una volta per tutte la posizione in campo di Bogliacino che, già fisicamente in ritardo di suo (come nello scorso campionato, prima che fosse acclamato addirittura degno erede di Fontana), sembra vittima di discordanti indicazioni tattiche, che gli impongono di variare collocazione e compiti ad ogni partita. Ma l'organico attuale del Napoli non ammette alternative credibili, pertanto va da sé che l'uruguagio debba giocoforza essere piazzato come metronomo davanti alla difesa, aiutandolo a prendere coscienza del ruolo. Terzo: è evidente che, alla lunga, la fascia di capitano abbia prodotto più danni che benefici a Montervino. Un sano periodo dietro le quinte gli regalerebbe il tempo di riflettere su dove era e dove rischia di andare. E sulla necessità di tornare a comunicare col gesto atletico invece che con quello plateale. Il suo sostituto naturale, Amodio, al momento offre ben altre garanzie di rendimento ed umiltà. Quarto: considerato il lampante ritardo di condizione dei giocatori azzurri, costretti ad arrancare dietro ad onesti quanto sconosciuti pedatori di categoria, è lecito chiedersi se ciò sia dovuto ad un errore nella preparazione o ad una precisa taratura dei carichi di lavoro in funzione della lunghezza del campionato. Si ponga urgentemente rimedio, nel primo caso; si attenda con pazienza il naturale recupero di brillantezza, nel secondo. Quinto: la scarsa forma dei centrocampisti sta compromettendo l'affidabilità della fase difensiva. Oltre a quanto già detto su Bogliacino e Amodio, urge affinare i meccanismi di interscambio e sovrapposizione dei mediani con gli esterni bassi, affidando a questi ultimi l'onere di generare gioco sulle fasce, previa opportuna copertura. Il tempo per recuperare il ruolo consono alle aspettative il Napoli lo ha. Basta avere le idee chiare.

Giodecer